mercoledì 4 luglio 2012

L’amore in Dante








L’amore in Dante
L’idea che sembra essere al centro dello Stil Novo è che la donna ingenera sempre nell’uomo un sentimento di elevazione, di
perfezione; l’amare stimola una ferma volontà di annobilimento che si tramuta in ansia metafisica e brama d’assoluto, non libera da angoscia e tormento (tematica tipica nell'opera di Cavalcanti).

Guido Cavalcanti, Fresca rosa novella
 E se vi pare oltraggio
ch' ad amarvi sia dato,
non sia da voi blasmato:
ché solo Amor mi sforza,
contra cui non val forza - né misura.
Il concetto viene ribadito anche da Dante nelle Rime:
Ne le man vostre, gentil donna mia,
raccomando lo spirito che more:
e' se ne va sì dolente ch'Amore
lo mira con pietà, che 'l manda via.
      Voi lo legaste a la sua signoria,
sì che non ebbe poi alcun valore
di poter lui chiamar se non: "Signore,
qualunque vuoi di me, quel vo' che sia".
      Io so che a voi ogni torto dispiace:
però la morte, che non ho servita,
molto più m'entra ne lo core amara.
      Gentil mia donna, mentre ho de la vita,
per tal ch'io mora consolato in pace,
vi piaccia agli occhi miei non esser cara.

Ma anche, almeno in qualche elemento essenziale, nella Divina Commedia:

E io più lieve che per l'altre foci
m'andava, sì che sanz'alcun labore
seguiva in sù li spiriti veloci;
quando Virgilio incominciò: "Amore,
acceso di virtù, sempre altro accese,
pur che la fiamma sua paresse fore".
Pg XXII, 10-12
 
Sotto questo aspetto il quinto canto dell'Inferno è emblematico del passaggio fra le due concezioni.

Nella prima parte troviamo, infatti, l'esaltazione dell'amore da parte di Francesca secondo le dinamiche classiche del Dolce Stil Novo:

     Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.
      Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
      Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.
Ma, nei versi successivi, Dante, attraverso le parole di Francesca che descrivono il tradimento, esplicita la sua nuova concezione d'amore che prevede il passaggio attraverso la componente razionale:

       Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
       Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
       Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
      la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».

Il «ci vinse» rappresenta l'abdicare della ragione rispetto all'«appetito di fera» e quindi segna l'impossibilità di amare Dio da parte dei due amanti. Tale concetto è, del resto, esplicitato all'inizio dello stesso canto, quando Dante spiega l'applicazione della legge del contrappasso, che per i lussuriosi si concreta nella bufera infernale (If V, 31-39):