L’amore in Dante
L’idea
che sembra essere al centro dello Stil Novo è che la donna ingenera sempre
nell’uomo un sentimento di elevazione, di
perfezione;
l’amare stimola una ferma volontà di annobilimento che si tramuta in ansia
metafisica e brama d’assoluto, non libera da angoscia e tormento (tematica
tipica nell'opera di Cavalcanti).
Guido Cavalcanti, Fresca rosa novella
E se vi pare oltraggio
ch'
ad amarvi sia dato,
non
sia da voi blasmato:
ché
solo Amor mi sforza,
contra
cui non val forza - né misura.
Il concetto viene ribadito anche da Dante nelle Rime:
Ne
le man vostre, gentil donna mia,
raccomando
lo spirito che more:
e'
se ne va sì dolente ch'Amore
lo
mira con pietà, che 'l manda via.
Voi lo legaste a
la sua signoria,
sì che non ebbe poi alcun valore
di poter lui chiamar se non: "Signore,
qualunque vuoi di me, quel vo' che sia".
Io so che a voi ogni torto dispiace:
però
la morte, che non ho servita,
molto
più m'entra ne lo core amara.
Gentil mia donna, mentre ho de la vita,
per
tal ch'io mora consolato in pace,
vi
piaccia agli occhi miei non esser cara.
Ma anche, almeno in qualche elemento essenziale, nella Divina
Commedia:
E
io più lieve che per l'altre foci
m'andava,
sì che sanz'alcun labore
seguiva
in sù li spiriti veloci;
quando
Virgilio incominciò: "Amore,
acceso
di virtù, sempre altro accese,
pur
che la fiamma sua paresse fore".
Pg
XXII, 10-12
Sotto questo aspetto il quinto canto dell'Inferno è emblematico del
passaggio fra le due concezioni.
Nella
prima parte troviamo, infatti, l'esaltazione dell'amore da parte di Francesca
secondo le dinamiche classiche del Dolce Stil Novo:
Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende
prese
costui de la bella persona
che
mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi
prese del costui piacer sì forte,
che,
come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:
Caina
attende chi a vita ci spense».
Queste
parole da lor ci fuor porte.
Ma, nei versi successivi, Dante,
attraverso le parole di Francesca che descrivono il tradimento, esplicita la
sua nuova concezione d'amore che prevede il passaggio attraverso la componente
razionale:
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di
Lancialotto come amor lo strinse;
soli
eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fiate li occhi ci sospinse
quella
lettura, e scolorocci il viso;
ma
solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
esser
basciato da cotanto amante,
questi,
che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto
fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel
giorno più non vi leggemmo avante».
Il
«ci vinse» rappresenta l'abdicare della ragione rispetto all'«appetito di fera»
e quindi segna l'impossibilità di amare Dio da parte dei due amanti. Tale
concetto è, del resto, esplicitato all'inizio dello stesso canto, quando Dante
spiega l'applicazione della legge del contrappasso, che per i lussuriosi si
concreta nella bufera infernale (If V, 31-39):


